Malagrotta, il mostro alle porte di Roma

Avrebbe dovuto chiudere i battenti ieri, 31 marzo, la discarica di Malagrotta, ma una proroga stabilita dall’ultima finanziaria fa slittare la chiusura di un anno. Intanto l’invaso più grande d’Italia continua a incamerare tonnellate e tonnellate di rifiuti.

“La proroga altro non è che una decisione di Stato per non mandare in crisi Roma”, spiega Roberto Pirani, candidato alla Camera per la lista civica “Per il bene Comune”. La discarica avrebbe dovuto chiudere già da due anni, ma nelle ultime due finanziarie sono state approvate due proroghe annuali che bloccano le procedure di chiusura e bonifica fino al 31 marzo del prossimo anno.

Sono 4500 le tonnellate di rifiuti che giornalmente vengono scaricate in quello che un tempo era un buco e che ora somiglia più a una montagna. Oggi in quest’area alle porte di Roma sono sepolti, in una stima per difetto, circa 40 milioni di tonnellate di immondizia. All’interno della discarica si sta costruendo un gassificatore, un macchinario, cioè, per estrarre gas dalle biomasse. Questo impianto però sarà alimentato con i rifiuti eterogenei. “Se nel gassificatore ci si inseriscono rifiuti eterogenei”, spiega Pirani, “si ottiene un gas che per una buona percentuale è metano, ma per il resto è composto da gas nocivi. Un progetto” continua Pirani “stabilito dalle ordinanze 14 e 16 del 2005 dell’ ex commissario rifiuti Verzaschi. La prima ordinanza autorizza l’allargamento della discarica, mentre l’altra da il via alla costruzione dell’impianto dentro Malagrotta”. “Fare un gassificatore, che non è altro che un inceneritore sotto falso nome, dentro una discarica, è una cosa che lascia sbalorditi. Inoltre la decisione non è stata discussa in nessuna sede – consiglio comunale o regionale – deputata a farlo”.

“Le soluzioni al problema rifiuti a Roma ci sono. Oggi si gestiscono i rifiuti come negli anni ’70. Basterebbe praticare la raccolta differenziata a porta a porta. I rifiuti non esistono, siamo noi che abbiamo una concezione sbagliata dei materiali. Se noi rimettiamo i vari materiali nel ciclo produttivo ci guadagna sia l’ambiente che le nostre tasche” dichiara Roberto Pirani.

Secondo una commissione attività produttive della Camera del novembre del 2003, la maggior parte dei Cip 6, i fondi pubblici da destinare a impianti di energie rinnovabili, sono stati dirottati a gestori di inceneritori e petrolieri. Si calcola che dal 1992 al 2007, questi imprenditori abbiano intascato circa 53 miliardi di euro. “Una truffa bipartisan”, dice Pirani, “portata avanti semplicemente accostando, nella legge del 1992, all’aggettivo “rinnovabili”, l’aggettivo “assimilate”.
I Cip 6 sono fondi dei cittadini, creati con il 7% della bolletta dell’Enel, e oggi sono utilizzati soprattutto per finanziare inceneritori.

Per saperne di più, www.ilbuonsenso.info

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