Africom, sarà per un’altra volta

I Paesi africani rifiutano di ospitare il nuovo comando militare Usa: i governi africani temono le ingerenze di Washington nella loro politica interna e che gli USA mirino al controllo strategico delle risorse energetiche nel continente. La base rimane in Germania.

Fonte: Peacereporter

Non è bastato neanche il successo della visita del presidente George W. Bush, impegnato in un tour di una settimana in cinque stati africani, per far cambiare idea al continente su Africom. A causa delle resistenze degli stati africani, infatti, il comando militare statunitense, creato nello scorso ottobre, farà base a Stoccarda, in Germania. Nessuna nuova base americana sarà installata in Africa: troppe le diffidenze sul ruolo attuale degli Stati Uniti nel mondo e sui reali compiti della missione, secondo i capi di stato africani. Una differenza di vedute che Washington imputa a una semplice mancanza di comunicazione.

Guerra al terrorismo importata sul continente, controllo strategico delle risorse petrolifere, ingerenza negli affari interni dei vari Paesi. Sono queste le tre ragioni principali che hanno spinto le cancellerie africane, prime fra tutte quelle di Libia, Nigeria e Sudafrica, a prendere posizione contro l’installazione di Africom sul continente. Solo la Liberia si è infatti offerta di ospitare il quartier generale del comando, che secondo le intenzioni degli Stati Uniti avrebbe il compito principale di addestrare le forze africane in missione di peacekeeping e di rispondere in maniera rapida ed efficace alle emergenze umanitarie. Motivi troppo disinteressati che hanno insospettito gli stati africani, i quali temono che i veri obiettivi di Africom siano altri. Il controllo del petrolio appunto, visto che nel 2014 il 25 percento delle importazioni petrolifere americane proverranno dal Golfo di Guinea; la concorrenza con la Cina, che negli ultimi anni ha scalzato dal continente Usa ed Europa a colpi di accordi commerciali; l’entrata dell’Africa nella lotta globale al terrorismo, la quale ha finora trascurato l’Africa subsahariana, se si eccettuano gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania di fine anni ’90 e poco altro.

La diffidenza africana nei confronti di Africom (che dallo scorso ottobre ha riunito tutti gli stati del continente, precedentemente di competenza di tre comandi separati, in uno solo) era nota da tempo a Washington, tanto che l’amministrazione Usa ha preferito non insistere e lasciare il quartier generale a Stoccarda, almeno per il momento. I vertici militari non escludono infatti che, una volta visto all’opera Africom a pieno regime, gli stati africani lascino cadere le loro resistenze. Secondo gli Usa, infatti, la missione sarebbe molto più focalizzata sullo sviluppo economico e democratico del continente, sull’assistenza umanitaria e sull’addestramento delle truppe, pur non rinunciando ovviamente a controllare le forniture di greggio verso gli Usa e le minacce terroristiche. Secondo il generale William Ward, capo di Africom, si è trattato di un semplice fraintendimento dovuto a mancanza di comunicazione, che ha fatto sì che nel continente arrivasse un messaggio sbagliato.

IL presidente Usa George Bush con il suo omologo ghanese, John KufuorA pesare sulla decisione, in cui gli stati africani hanno dimostrato una compattezza e una decisione inusuali, sembrano essere state anche altre considerazioni: la volontà dei “pesi massimi” africani (soprattutto Nigeria e Sudafrica) di non veder compromessa la sfera d’influenza che stanno faticosamente creandosi in Africa. L’arrivo di una superpotenza con basi e comandi militari (comunque già presenti a Camp Lemonier, a Gibuti), avrebbe potuto mettere i bastoni tra le ruote. Ma non è da trascurare anche l’immagine che l’amministrazione Bush ha dato di sé in questi otto anni. In Africa l’interventismo americano in Medio Oriente ha suscitato perplessità, nonostante i Paesi africani rimangano molto meno critici di quelli europei sull’operato del presidente uscente. Ne è una prova il successo dell’attuale visita di Bush in Benin, Tanzania, Ruanda e ora Ghana, dove il capo di stato ha promesso aiuti per centinaia di milioni di dollari e sottolineato i programmi di sviluppo e di lotta alle malattie avviate negli ultimi anni. Un viaggio che ha volutamente evitato i punti di crisi del continente, per focalizzarsi sulle “storie di successo”. Ma le parole del ministro degli Esteri ghanese Akwasi Osei-Adjei, il quale ha confermato l’alleanza tra i due Paesi ma ha sottolineato che i militari americani non sono i benvenuti perché “il Ghana ci tiene alla sua sovranità” evidenzia bene i termini della questione.

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