Safari cinese, la caccia grossa di Pechino in Africa
A cura di Valentina Vella • 14 Gennaio 2008
Mwinda, Osservatorio geopolitico sull’Africa.
Diventa sempre più massiccia la presenza della Cina nel continente africano. Da qualche anno, infatti, la diplomazia cinese sembra aver inaugurato una tradizione a cui non intende rinunciare: a pochi giorni dall’inizio dell’anno nuovo il ministro degli esteri parte per il suo primo viaggio di stato. Destinazione: una manciata di paesi africani. Obiettivo: rinverdire le relazioni già ottime, partecipare a cerimonie di inaugurazione, firmare accordi di vario genere, dalle aperture di credito alla cancellazione del debito bilaterale passando per gli accordi commerciali.
Di questo parla Safari cinese, la caccia grossa di Pechino in Africa, un dossier che affronta appunto il tema della penetrazione della Cina in Africa mettendo in luce le caratteristiche, i potenziali pericoli e gli effetti anche positivi che contraddistinguo questo nuovo assalto al continente africano. Lo studio, pubblicato sul sito di Mwinda, l’Osservatorio geopolitico sull’Africa, è curato da Irene Panozzo, che assieme a Ilaria Maria Sala e Cecilia Brighi ha pubblicato per ObarraO Edizioni il libro Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l’Africa, primo e finora unico lavoro in italiano uscito sull’argomento.
“La capillare presenza cinese nel continente africano - inizia così il dossier - è infatti ormai un dato di fatto”. Una politica di partnership innanzitutto economica avviata più di dieci anni fa, ma che solo recentemente è finita sotto i riflettori. Con molte zone d’ombra e perplessità, soprattutto da parte degli osservatori esterni, che temono che la spregiudicata politica africana della Cina favorisca i regimi autoritari, le violazioni dei diritti umani e la corruzione e possa produrre una nuova “trappola del debito”. Intanto però le economie africane crescono, anche grazie all’arrivo dei cinesi.



