Iraq. Bush appoggia le richieste dei suoi soldati, che continuano a morire

Baghdad. Un altro marine statunitense e’ stato ucciso ieri nel corso di un’operazione militare nella provincia di al-Anbar, la zona che comprende le città di Falluja e Ramadi. Lo ha reso noto l’esercito senza spiegare ulteriori dettagli.
A cura di iris Sono ormai più di 1.000 i soldati americani morti in combattimento da quando e’ cominciata la campagna militare in Iraq (la maggior parte, circa 900, uccisi dopo che il presidente George W. Bush annuncio’, lo scorso 1° magggio, la ?fine della guerra?).

Inoltre sono 70 i marines uccisi nelle recenti violentissime operazioni militari contro la città di Falluja e nella zona circostante, battaglie durante le quali sono stati uccisi centinaia di insorti e un numero indefinito di cittadini inermi che non erano riusciti a lasciare in tempo le proprie case.

Ora è sceso di nuovo il silenzio su quello che sta accadendo nella città assediata, nuovamente isolata e sottoposta all?accerchiamento delle truppe americane, senza poter contare nemmeno sui soccorsi della Mezza Luna Rossa irachena, ?invitata? pochi giorni fa a lasciare Falluja ?per motivi di sicurezza? paradossalmente proprio dal comando americano, che con l?attacco ha scatenato la durissima battaglia delle scorse settimane.
Intanto è particolarmente rovente negli Stati Uniti la polemica sollevata dalle proteste indirizzate dai soldati americani di stanza in Kuwait (e pronti a partire per il vicino Iraq) contro il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, accusato di mandare i soldati a combattere senza un equipaggiamento adeguato.
Il presidente Bush ha palesemente appoggiato le richieste dei ?combattenti.”Se fossi un soldato in servizio all’estero e desideroso di difendere il mio Paese” ha aggiunto il presidente, “farei al ministro della Difesa la stessa domanda”, ha avuto il coraggio di sostenere. Ma qualcuno, negli Stati Uniti, ricorda che in occasioni simili di proteste contro i vertici dell?amministrazione, le conseguenze furono ben diverse e portarono anche alle dimissioni dei ministri presi di mira dai ranghi dell?esercito impegnati all?estero.
Fu il caso del segretario alla difesa dell’epoca, il democratico Les Aspin, che nel 1993, dopo la battaglia di Mogadiscio, che costo’ la vita a 18 militari americani e fece 75 feriti, diede le dimissioni, di fronte alle accuse di avere mandato truppe al fronte senza un adeguato equipaggiamento. Ma ora le dimissioni del segretario alla difesa Donald Rumnsfeld non sono affatto all’ordine del giorno. Anzi, il presidente George W. Bush lo ha appena riconfermato nell’incarico.

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