La civilta’ è fuori legge e l’incivilta’ è in carcere

Ieri mattina, è cominciata la mobilitazione pacifica dei detenuti di molte carceri italiane. A promuoverla due associazioni, Antigone e Papilllon, impegnate da anni nell’assistenza ai reclusi. La protesta sta interessando più di 50 carceri in tutta Italia.

scarica Il commento di Livio Ferrari, Presidente del CNVG (Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia).

scarica La testimonianza di Francesco Morelli, detenuto e volontario dell’ associazione Granello di Senape, direttore del sito Ristretti, sulla situazione delle carceri di Padova di Venezia.

Le motivazioni della protesta nelle parole di Vittorio Antonini, coordinatore dell’associazione Papillon
A cura di amismp

Il comunicato:
La pacifica mobilitazione nazionale dei detenuti che avrà inizio lunedì 18 ottobre in decine di carceri e che si snoderà per più settimane con scioperi della fame e altre forme di protesta, è un necessario atto di civiltà per richiamare alle sue responsabilità verso il dettato costituzionale un mondo politico che sembra fatichi ad accorgersi che nella stragrande maggioranza delle oltre duecento carceri italiane il Diritto èstato in un certo senso ‘sospeso a tempo indeterminato’. Tutto si può dire, tranne che nel carcere vengano davvero perseguite la rieducazione e la risocializzazione delle donne e degli uomini reclusi.
La linea politica di riduzione ai minimi termini del Diritto ai permessi premio, alle misure alternative, al differimento della pena, all’uscita dall’incostituzionale art. 41 bis, alla liberazione anticipata, ecc. moltiplica gli effetti di un sovraffollamento che si accompagna alle delizie della malasanità penitenziaria, all’abuso della carcerazione preventiva, ai tanti, troppi suicidi e alla estrema limitatezza di spazi e di attività culturali e formative.
Da anni ormai si è smesso di investire sui progetti riabilitativi, sulle attività culturali e formative, sui percorsi alternativi alla detenzione, sui percorsi trattamentali e di reinserimento, ed il carcere è sempre più divenuto il contenitore di gruppi sociali marginali che necesitterebbero di altri interventi a meno che, per puri fini di speculazione elettorale, non si voglia continuare a vendere ai Cittadini l’illusione che un sistema penale e penitenziario per molti versi ‘fuorilegge’ è l’unico modo per garantire il loro sacrosanto Diritto alla sicurezza quotidiana, cavalcando l’onda di un clima giustizialista ostile ai percorsi di reinserimento.
Questa politica penitenziaria ha sinora prodotto la costante restrizione di tutti i diritti della persona (diritto ala salute, alla cura, alla formazione, alla socialità, all’affettività); maltrattamenti e abusi sui detenuti, la ricomparsa nelle carceri di malattie quali la tbc e l’epatite che si credevano sconfitte da decine di anni; e soprattutto un enorme sovraffollamento delle carceri italiane.
Su 56.440 detenuti presenti nelle carceri italiane al 30 giugno 2004, 49.529 detenuti (pari all’87,76 per cento) vivono in istituti le cui condizioni di detenzione, dal punto di vista della capienza delle strutture, a detta del ministero della Giustizia non sono regolamentari.
Dall’analisi istituto per istituto abbiamo visto che la situazione continua ad essere intollerabile, sia da un punto di vista del rispetto delle leggi nazionali che degli impegni assunti in sede internazionale. Dai dati del Dap (Dipartimento per amministrazione penitenziaria ), resi pubblici dal 30.6.2004 sul sito del ministero della Giustizia, risulta che nei 201 istituti complessivamente i posti disponibili sono 42.313, mentre i detenuti presenti sono 56.440 con un indice di affollamento del 133.39 per cento.
– 20.151 detenuti pari al 35,65 per cento di cui 1.046 donne (39,32 per cento) e 19.105 uomini
(35,46 per cento) hanno subito una condanna definitiva; 36.381 detenuti pari al 64.35 per cento di cui 1.614 donne (60,68 per cento) e 34.767 uomini (64,54 per cento) sono in attesa di giudizio.
Si pensi che alla Dozza, di fronte ad una capienza di 360 posti, sono presenti 1000 detenuti.
Ultima soluzione approntata dal ministero della Giustizia per risolvere i problemi di sovraffollamento, l’innalzamento della capienza regolamentare, che è stata portata da 42.313 a 61 mila unità, senza che nel frattempo siano state ampliate le strutture penitenziarie né costruite di nuove.
Ciò nonostante il fatto che oggi alcuni tra i più importanti sindacati del personale penitenziario riconoscono che per ristabilire nelle carceri un equilibrio minimamente accettabile occorrono misure che alleggeriscano davvero un sovraffollamento di oltre 13 mila detenuti. E certo non vanno in questa direzione le annunciate ulteriori restrizioni in materia di droghe leggere e tossicodipendenza, e il continuo slittamento della discussione sulle proposte di riforma del Codice penale e sulla depenalizzazione dei reati minori.
Le pacifiche proteste che migliaia di detenuti inizieranno il 18 ottobre vogliono quindi essere anche un invito a mettere da parte sterili contrapposizioni e a ricercare in Parlamento un’unità di intenti almeno sulle più urgenti misure che possono appunto ristabilire un equilibrio minimamente accettabile nelle carceri.
Atti ai quali dovrebbero accompagnarsi anche una serie di provvedimenti che permettano l’ampliamento, già in sentenza, delle pene alternative al carcere, e l’ampliamento della concessione delle misure alternative al carcere durante l’espiazione della pena; la riforma della sanità penitenziaria e la scarcerazione immediata dei malati incompatibili con la detenzione; l’espulsione dei detenuti stranieri che ne facciano richiesta; la riforma in positivo del Codice penale e tutte le altre richieste avanzate da anni dai detenuti e dagli stessi operatori del settore.
Si invitano i parlamentari e i consiglieri regionali, provinciali e comunali di tutti i partiti affinché in quei giorni entrino in tutte le 205 carceri italiane (comprese le più piccole e sconosciute), ascoltino le ragioni dei detenuti, controllino che venga rispettato il loro Diritto a protestare
pacificamente e prendano impegni concreti e verificabili sulle materie di loro competenza”.

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