Sudan: concluso mini-vertice di Tripoli

Il mini-vertice africano di Tripoli sul Darfur, conclusosi a notte inoltrata, ha chiesto ai gruppi ribelli dell’ovest del Sudan, Jem e Sla-m, di firmare subito il “protocollo umanitario” sottoscritto in settembre con il governo di Khartoum.
A cura di amismp La firma viene proposta per il 21 ottobre ad Abuja, in Nigeria, dove, secondo il comunicato finale del vertice, dovrebbe riprendere il negoziato sospeso il mese scorso. I ribelli hanno finora resistito alla firma e bloccato il negoziato avanzando questioni di sicurezza. L’incontro di Tripoli, a cui partecipavano Libia, Egitto, Nigeria, Chad e Sudan, ha anche respinto con fermezza “qualsiasi intervento straniero” nelle vicende interne del Sudan, per evitare il rischio che “ vengano minati i tentativi di stabilizzare il Paese”. Olu Adenij, ministro degli Esteri della Nigeria, Paese che presiede l’Unione Africana (Ua), ha comunque aggiunto che si sono svolte consultazioni con Stati Uniti e Unione Europea (Ue) al fine di garantire assistenza economica, finanziaria e logistica ( aerei americani per trasporto truppe). Il portavoce della presidenza egiziana Magued Abdel Fattah ha sottolineato che la comunità internazionale deve offrire al Sudan “assistenza per aiutarlo ad applicare i suoi compromessi anzichè esercitare pressioni e inviare minacce” .
Il 18 settembre scorso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva minacciato Khartoum di sanzioni petrolifere qualora non riesca a riportare la pace in Darfur. Secondo il ministro degli Esteri sudanese, Mustafá Osman Ismail, il vertice ha inviato al resto del mondo un messaggio chiaro, affermando che “ l’Africa vuole assumersi tutte le sue responsabilità e respinge interventi stranieri”. Qualche centinaio di peacekeepers africani già si trova in Darfur – 300 nigeriani e rwandesi secondo alcune fonti, 500 secondo altre – ed almeno altri 800 dovrebbero giungere entro ottobre per un totale successivo di almeno 4500. Trecento rwandesi che dovevano arrivare ieri non potranno essere in Darfur prima di una settimana perchè, a quanto pare, non sono stati approntati per tempo i loro accampamenti.
Da quando nel marzo 2003 ha assunto caratteri conclamati, la questione del Darfur – emersa subito dopo l’annuncio degli accordi di pace tra Khartoum e il sud secessionista del Paese – si è andata imponendo sulla scena internazionale come grave crisi umanitaria e c’è anche chi, soprattutto negli Stati Uniti, ha formulato ipotesi di “pulizia etnica” e perfino “genocidio”, prontamente riprese da varie altre fonti. Per dare dimensioni ai fatti accaduti in questo difficile territorio sudanese grande come la Francia – ma semidesertico e di malagevole accesso – anche le istituzioni internazionali hanno utilizzato finora dati e cifre piuttosto diverse e poco chiare: c’è chi ha parlato di oltre due milioni di sfollati, altri di un milione e mezzo e altri ancora di un milione all’interno del Sudan e 200.000 nel confinante Chad.
L’organizzazione mondiale della Sanità – attraverso un suo ufficio a Ginevra – ha di recente ripetuto più di una volta che, “a causa delle malattie e delle condizioni in cui vivono”, da marzo continuerebbero a morire ogni mese, secondo stime, 10.000 persone. Un dato che, secondo il governo di Khartoum, non sarebbe stato confermato dagli uffici sudanesi dell’Oms. Il 17 agosto scorso, un “bollettino di mortalità e morbilità” dell’Oms, diffuso dall’agenzia di stampa britannica Reuters, indicava un totale di 800.000 sfollati (in 40 dei 54 campi profughi) tra i quali in cinque settimane si erano avuti 363 decessi, 177 dei quali bambini con meno di 5 anni di età. L’Onu ha anche indicato un totale di 30-50.000 vittime della crisi in Darfur, il 15 % delle quali uccise in conflitto. Khartoum ha ribadito più volte che tutte le vittime non superano le 5000 ed ha invitato osservatori stranieri a controllare in loco, un’operazione che sarebbe comunque difficile da svolgere a causa della vastità del difficile territorio coinvolto. Al governo sudanese la comunità internazionale ha continuato a chiedere che disarmi le cosiddette milizie “janjaweed”, nomadi di etnia araba, ritenute filogovernative e responsabili di violenze contro la popolazione africana nera stanziale del Darfur, di religione musulmana come gli stessi “janjaweed”. Jan Pronk, inviato speciale dell’Onu per la crisi – una delle fonti più pacate e attendibili sul Darfur – dopo aver detto sabato scorso che occorrono comunque più uomini per mettere sotto controllo la situazione, ha aggiunto che lo stato delle cose è un po’ cambiato nella regione: “C’è più banditismo, più violenza individuale che rendono molto difficile l’assistenza umanitaria. I ribelli dello Sla attaccano le stazioni di polizia molto spesso e in tutta la regione si sono avuti scontri tra forze del governo e Sla. Nei villaggi ci sono anche occasionali attacchi di ‘janjaweed’ e di altre milizie”. (Per Pronk, come per altre fonti, Sla (Sudan liberation army) è sigla equivalente a Sla-m, dove quella ‘m’ sta per movimento).

Tornando al vertice di Tripoli, colpisce che poco o nulla sia noto a proposito della presenza di alcuni esponenti dei ribelli del Darfur in Libia non per partecipare all’incontro ma per colloqui separati con il colonnello Gheddafi. “ Pensiamo che la Libia possa svolgere un ruolo vitale” avrebbe detto a organi internazionali di stampa Tag al-Din Bashir Nyam del Jem ( Movimento per la giustizia e l’eguaglianza) aggiungendo che Gheddafi intende ascoltare personalmente i rappresentanti dei ribelli. Non sarà che, come spesso accade, le trattative più importanti si svolgono dietro le quinte e senza pubblicità? (Pietro Mariano Benni)

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