Da quattro anni la 2a Intifada

Il 28 settembre del 2000 il premier israeliano Ariel Sharon, fece una ormai storica passeggiata sull’Haram al-Sharif, la spianata delle moschee, il luogo più sacro per i musulmani palestinesi, dando inizio all’insurrezione da parte della popolazione araba, la seconda intifada. Leggi l’articolo completo sul sito di Peacereporter:
A cura di amismp Secondo l’analista Mahdi Abdel Hadi, del centro studi ‘Passia’ di Gerusalemme est, i palestinesi ”stanno subendo un’altra ‘Nakba’ (‘catastrofe’, il termine con cui gli arabi indicano la ”perdita della terra palestinese” e l’esodo di 700
mila profughi avvenuti con la nascita di Israele nel 1948, ndr). E’ un disastro economico quello che abbiamo davanti agli occhi in Cisgiordania e Gaza e ora rischiamo di perdere l’ultima porzione che resta della nostra terra”. Abdel Hadi ha accusato il premier israeliano Sharon di ”puntare all’escalation militare” per evitare il negoziato con i palestinesi. Al tempo stesso l’analista critica, sia pure a mezza bocca, la gestione della rivolta da parte della leadership palestinese.
”L’Intifada andava indirizzata verso il raggiungimento di un compromesso politico (con Israele, ndr) ma cio’ non e’avvenuto e i gruppi piu’ radicali, contrari a qualsiasi soluzione, alla fine hanno avuto il sopravvento”, ha spiegato.I palestinesi concordano sulla gravita’ della situazione nei Territori, che lascia buona parte della popolazione esausta dopo quattro anni di Intifada, ma molti affermano nonostante tutto che la rivolta contro l’occupazione militare israeliana non puo’ fermarsi.
Sui metodi di lotta tuttavia le opinioni divergono e accanto a coloro che ritengono ”ammissibili’ gli attentati suicidi contro i civili israeliani, ci sono molti altri che vogliono l’ Intifada solo contro obiettivi militari. Altri ancora chiedono
una rivolta popolare, pacifica e senza armi.

Girando nelle strade delle citta’ e dei villaggi palestinesi la crisi economica e’ visibile. Gran parte delle migliaia di lavoratori che prima erano impiegati in Israele ora sono senza una occupazione. Il commercio e la produzione industriale inoltre sono stati penalizzati duramente dal blocco dei centri abitati attuato dall’esercito israeliano per ragioni di sicurezza.
L’economista francese Sebastien Dessus, uno specialista di mondo arabo, ha calcolato che attualmente oltre il 40 per cento dei palestinesi vive sotto la soglia di poverta’ (erano il 20 per cento prima dell’Intifada).
Nonostante le difficolta’ e le privazioni, alle quali si aggiungono i raid militari israeliani soprattutto a Gaza e nel nord della Cisgiordania, molti palestinesi si dicono convinti che la rivolta debba proseguire. ”E’ l’unica possibilita’ che abbiamo per impedire il progetto israeliano di tenerci prigionieri nelle nostre citta”’ ha detto all’Ansa Imad Abdel Aziz, direttore di un istituto scolastico di Nablus. Non tutti pero’ sono d’accordo sul metodo della lotta armata.
”I palestinesi hanno anche il diritto di ribellarsi in modo armato all’occupazione – afferma Mustafa Barghuti, un esponente della societa’ civile – e’ giusto pero’ porci interrogativi sulla utilita’ dell’uso delle armi. Con qualche fucile non si sconfigge uno Stato potente come Israele, si puo’ ottenere di piu’ con le manifestazioni pacifiche e la piena partecipazione della popolazione alla rivolta”. L’attivista dei diritti umani Raja Surani, di Gaza, condanna gli attentati suicidi contro i civili. ”Tutti, israeliani e palestinesi, devono proteggere i civili ed evitare atrocita’, il diritto internazionale deve essere rispettato da tutti, anche da noi”, ricorda Surani.
Nessun dubbio invece per gli integralisti di Hamas, il movimento islamico responsabile di decine di attentati in
Israele. ”L’Intifada e’ sacra e le operazioni suicide sono le nostre uniche armi. Il ritiro degli israeliani da Gaza deciso da
Sharon non e’ un regalo ai palestinesi – sostiene cosi il portavoce di Hamas a Gaza Mushir Al Masri – ma il risultato
della nostra lotta armata”.

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