Sudan: cresce pressione internazionale

La pressione politica internazionale nei confronti di Khartoum cresce ormai incessantemente da mesi e negli ultimi giorni sta toccando i livelli più alti che potrebbero culminare prossimamente con una nuova risoluzione dell’Onu.
A cura di amismp La guerra del Darfur, la regione occidentale del Sudan squassata da un anno e mezzo di scontri e violenze capaci di causare una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta, si sta combattendo anche sulla stampa internazionale e nei salotti diplomatici. In 17 mesi di combattimenti la guerra del Darfur ha causato oltre un milione di sfollati interni, quasi 160.000 profughi (tutti nel confinante Ciad) e migliaia di morti, dai 10.000 ai 30.000 secondo le stime più accreditate.
La nuova risloluzione Onu, basata sulla bozza presentata da Washington, propone sanzioni nei confronti del governo, responsabile di non prendere le misure necessarie per disarmare le milizie di predoni arabi (note col nome di Janjaweed) che da anni seminano morte e distruzione in Darfur e che sono considerate le principali responsabili della tragedia umanitaria in corso nella zona.
La crisi umanitaria e l’approvazione di eventuali ed energici ”ammonimenti” contro il governo del Sudan saranno al centro del consiglio delle relazioni esterne dell’Unione Europea in programma oggi. L’Ue già sabato, attraverso Javier Solana, l’Alto rappresentante della politica estera comunitaria, si era aggiunta al coro di critiche verso Khartoum. Domani sul tavolo, però, potrebbe addirittura trovarsi la linea politica che l’Ue terrà nel futuro prossimo sul Darfur. Ma nelle ultime 48 ore anche il governo sudanese ha alzato i toni e la voce. Prima per bocca del suo presidente, Omar el Beshir, poi attraverso il suo ministro degli esteri, Mustapha Osman Ismail, Khartoum ha accusato i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, di strumentalizzare la crisi del Darfur per “colpire lo Stato islamico sudanese”. Il titolare del dicastero degli esteri ieri si è spinto anche oltre. In un’intervista apparsa sul giornale in lingua araba pubblicato a Londra, ‘al-Sharq al-Awsat’, Osman Ismail ha detto che l’insistenza statunitense sul Darfur è legata a meri interessi elettorali da parte dell’attuale amministrazione Usa. “L’unica spiegazione che riesco a trovare a questa escalation di pressione è che il Darfur è entrato di forza nella campagna elettorale americana e viene utilizzato per attirare il voto dei neri” si legge nell’intervista rilanciata dall’agenzia tedesca Dpa e da altre testate sudanesi. Il ministro degli esteri africano si è detto stupito dell’atteggiamento aggressivo nei confronti di Khartoum che ha già detto di voler cooperare con la comunità internazionale. Dopo aver rigettato ancora una volta l’utilizzo fatto dal Congresso Usa del termine “genocidio” per descrivere la situazione del Darfur, Ismail si è chiesto, riferendosi alle pressanti richieste di disarmare i Janjaweed, “se il governo, come dicono, sta armando i predoni, chi arma i ribelli?”.
Intanto a Khartoum il Congresso nazionale, il partito al potere in Sudan, ha respinto le minacce contro il Paese e ha invitato la gente a una mobilitazione generale, annunciando che si opporrà con la forza a qualsiasi intervento straniero. Il segretario generale del partito, Ahmed Omar, dal quotidiano filogovernativo ‘Al anbaa’ ha detto che il Sudan ”è in grado di risolvere il problema Darfur da solo”, aggiungendo, ”chiunque cerchi di imporre con la forza la sua opinione sarà combattuto con la forza”. A cercare di stemperare il clima ci ha pensato l’Egitto che attraverso il suo ministro degli esteri, Ahmed Aboul Gheit, ha invitato il governo di Karthoum a tenere fede agli impegni presi con la comunità internazionale, ma ha spiegato a quest’ultima che eventuali sanzioni contro il governo islamico non costituiscono una soluzione al problema. “L’Egitto – ha dichiarato il ministro – invita a non accelerare il progetto di una risoluzione o di sanzioni contro il governo di Khartoum, che rischiano di complicare la situazione e di non favorire il processo di pace”.
Intanto i mediatori che stanno cercando di ricucire i colloqui di pace (tra i ribelli del Darfur e il governo) interrotti ad Addis Abeba nei giorni scorsi, hanno denunciato la rigidità delle delegazioni dei due movimenti armati attivi nell’est del Sudan e, in dichiarazioni anonime riportate dalla stampa di mezzo mondo, hanno iniziato a sottolineare che forse i due gruppi non hanno alcuna intenzione di portare avanti i negoziati, sperando che la gravità della situazione umanitaria spinga la comunitò internazionale ad impegnarsi per un rapido intervento militare. Dal febbraio del 2003 due gruppi armati nati come forze di autodifesa poplari (Jem e lo Sla-m) si sono formalmente sollevati in armi contro Khartoum, accusata di trascurare il Darfur, perché abitato prevalentemente da neri, e di finanziare i Janjaweed, principali responsabili di quello che già numerose fonti, inclusi molti rappresentanti dell’Onu, hanno definito un “nuovo genocidio”.

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