Burkina Faso: 15 paesi africani a scuola di OGM

Il governo degli Stati Uniti ha organizzato una tre giorni di incontri dedicati al tema dell’utilizzo degli Organismi geneticamente modificati (Ogm) per aumentare la produttività agricola in Africa. Gli incontri, cui partecipano 400 delegati provenienti da ben 15 Paesi dell’Africa occidentale, sono cominciati ieri a Ouagadougou (Burkina Faso).
Il commento di Federica Ferrario, responsaboile campagna Ogm di Greenpeace:
A cura di amismp

Seconto quanto riferito oggi dall’agenzia Misna per l’incontro è stato volontariamente scelto un titolo in cui non compare il termine ‘ogm’, vista la grande diffidenza che molti Paesi africani (soprattutto nella zona meridionale del continente) continuano ad avere sull’argomento.
Gli Stati Uniti, fermi sostenitori dell’utilizzo delle colture transgeniche per combattere la fame in Africa, hanno inviato all’appuntamento il vice ministro dell’Agricoltura a cui doverbbe spettare il delicato compito di “riempire il deficit d’informazione sul tema e combattere i pregiudizi sulle bioteconologie” ancora presenti, ha detto uno degli organizzatori della manifestazione.
Negli ultimi anni l’Africa si è ritrovata al centro della guerra degli ‘Ogm’, grazie al dilemma che i governi di alcuni Paesi dell’Africa australe si sono trovati ad affrontare in maniera urgente nel 2002, quando furono protagonisti di un lungo braccio di ferro con il Programma alimentare mondiale (Pam) che voleva distribuire aiuti alimentari – consistenti in mais geneticamente modificato – a 14 milioni di persone minacciate dalla siccità. La ‘querelle’ ha segnato anche uno spartiacque in tutto il continente creando due differenti correnti di pensiero relative agli Ogm. L’offerta di un prestito di alcuni milioni dollari vincolato all’acquisto di mais modificato (di provenienza statunitense) avanzata dal Pam a Paesi come Malawi, Swaziland, Zambia, Lesotho e Zimbabwe, ha ricevuto, in un primo momento, un secco “no, grazie”.

Alcuni di questi Paesi, che si trovavano ad affrontare una delle più gravi emergenze alimentari degli ultimi anni, dopo lunghe discussioni e qualche polemica hanno infine accettato parte degli aiuti a condizione che il mais venisse precedentemente tritato, evitando così che potesse essere utilizzato come sementi. In altri, come lo Zambia, agricoltori e politici hanno continuato ad opporsi, nonostante le pressanti rassicurazioni statunitensi sull’utilizzo del mais modificato.
I timori dei Paesi africani sono legati al rischio che il cereale in questione possa danneggiare le coltivazioni ‘naturali’, che rappresentano spesso una delle principali voci negli scambi commerciali tra molti di questi Stati e l’Unione Europea (Ue). I Quindici infatti continuano ad opporsi all’ingresso di alimenti geneticamente modificati sul mercato europeo. Se la nocività o meno di questo tipo di prodotti è ancora oggetto di studio in tutto il mondo, è ormai assodato che un seme geneticamente modificato riesce in breve tempo ad imporsi come coltura dominante nel territorio in cui viene piantato. Un processo irreversibile che nel giro di poco tempo rischia di portare all’estinzione le specie autoctone.

All’inizio del 2003 la Casa Bianca aveva detto di essere pronta a ad aumentare del 50 per cento gli aiuti allo sviluppo all’Africa nei prossimi tre anni se i Paesi del continente nero avessero aperto le loro frontiere ai prodotti agricoli geneticamente modificati. In quell’occasione il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, aveva dichiarato che ”le nazioni africane hanno molto da guadagnare dalle esportazioni alimentari americane, attualmente bloccate da preoccupazioni senza nessuna giustificazione, sui prodotti alimentari geneticamente modificati”.
La produzione di mais dei Paesi dell’Africa australe si inserisce così in uno scontro commerciale di proporzioni gigantesche, con forti risvolti politici. I produttori americani non possono esportare in Europa, a causa della non trasparenza della natura degli alimenti. Una situazione che, solo per il mais, costa alla lobby transgenica a stelle e strisce una perdita stimata intorno ai 300 milioni di dollari.

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