Prosegue la campagna ” Banche armate”

Il Sipri, L’istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace, nel rapporto 2004, presentato nei giorni scorsi, denuncia l’aumento delle spese militari nel mondo. Anche le armi made in Italy non passano di moda, così come il ruolo delle banche che finanziano e veicolano il denaro di questo commercio.
E si rinnova l’impegno della “Campagna di pressione alle banche armate”, su iniziativa di Nigrizia, Missione Oggi, e Mosaico di Pace, come ci dice Rafaello Zordan di Nigrizia.
A cura di amismp

Francesco Terreri, in un dettagliato articolo sull’esportazione di armi italiane pubblicato nel numero di giugno della rivista comboniana Nigrizia, nota che “vendiamo apparati radaristici ed elettronici avanzati al Pakistan per 70 milioni e materiale all’India per 26 milioni”. “Poche anche le cautele nelle vendite in Medio Oriente, nonostante la situazione nell’area si stia facendo esplosiva. In Arabia Saudita, l’Italia ha continuato a inviare componenti, per 91 milioni di euro, dei cacciabombardieri Tornado esportati fino al 1998 dalla Gran Bretagna con il megacontratto “Al Yamamah” (La Colomba): 120 aerei in cambio di 400 mila barili di petrolio al giorno. Sulla commessa c?è un?indagine in corso a Londra – sottolinea Terreri ricordando quanto Unimondo aveva messo in evidenza nelle scorse settimane.

L’analisi di Terreri riporta anche le operazioni bancarie collegate all’export di armi che lo scorso anno ammontavano a 722 milioni di euro, con un 40% di transazioni per contratti con paesi asiatici e il 16% con paesi del Medio Oriente. Dalla tabella sul sito della La campagna di pressione alle banche armate si aprende che chi beneficia maggiormente della crescita degli affari è il gruppo bancario Capitalia (Banca di Roma, Banco di Sicilia, Popolare di Brescia) che copre da solo il 31% degli importi autorizzati, oltre 224 milioni di euro.
Le spese militari nel mondo “rischiano di raggiungere livelli insostenibili” – nota il Rapporto 2004 del Sipri, presentato nei giorni scorsi alla stampa.
La spesa militare mondiale ha raggiunto i 956 miliardi di dollari aumentando dell’11% nel 2003, un incremento che si aggiunge al 6,5% del 2002.

Guidano la classifica gli Usa, con una spesa militare di quasi 450 miliardi di dollari che rappresenta il 47% del totale mondiale. Seguono quindi il Giappone (5%), Gran Bretagna, Francia e Cina ciascuno col 4% del totale. Dei 19 conflitti armati in corso nel 2003 solo due sono tra stati: il primo tra Iraq e la Coalizione multinazionale guidata dagli Usa e la seconda tra India e Pakistan. Le guerre del 2003 infatti sono prevalentemente conflitti interni a un Paese, cioè entro confini nazionali: “Nella politica contemporanea – si legge nel rapporto – la fonte principale di conflitti armati di rilievo rimane interna. La persistenza di guerre interne e la loro resistenza a una rapida soluzione è ampiamente dimostrata nel 2003”. Alla guerra in Iraq il rapporto riserva un ampio capitolo in cui il conflitto è definito “uno dei più controversi dei tempi moderni”, sia per le sue premesse che per le sue conseguenze.

Ad approfittare delle situazione di tensione per piazzare le proprie armi vi è l’Italia. Oltre alle autorizzazione del governo Berlusconi all’export di sistemi bellici verso la Cina nonostante la conferma dell’embargo da parte del Parlamento europeo.

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