NO ALL’INTERVENTO DELLA SACE NELLA GUERRA IN IRAQ!

La Campagna per la riforma della Banca mondiale, la Campagna Sdebitarsi e la Rete Lilliput si oppongono al piano del governo italiano e degli altri governi occidentali presenti in Iraq di autorizzare la copertura assicurativa pubblica delle proprie agenzie di credito all’esportazione agli investimenti occidentali in Iraq, fintantoché la guerra non sia finita e non venga costituito un governo legittimo con il sostegno della popolazione irachena. L’accordo dovrebbe essere firmato oggi a Roma
A cura di Campagna per la riforma della Banca mondiale Secondo quanto dichiarato in settimana dal ministro delle finanze olandese, domani si riuniranno in gran segreto a Roma, alla presenza della Trade Bank of Iraq e dell’Autorità Provvisoria irachena, rappresentanti di agenzie di credito all’esportazione di numerosi paesi, a partire dalla Eximbank americana fino all’italiana SACE, per definire il quadro operativo per i propri impegni assicurativi in Iraq per i prossimi sei mesi a vantaggio delle multinazionali occidentali che intendono operare nel paese. Ben 500 milioni di dollari la copertura proposta dalla Eximbank, mentre lo scorso 11 settembre 250 milioni di ? sono già stati assegnati alla SACE dal CIPE.

“Di fronte ad un’assenza di prospettiva credibile per l’instaurazione di un governo democratico in Iraq”, ha dichiarato Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca mondiale, “ed il trasferimento dei pieni poteri a questo, è vergognoso che i governi della ‘coalizione del volere’ si riuniscano in gran segreto a Roma per decidere come assicurare il business delle proprie multinazionali nel paese ancora in guerra. Questa è una decisione soltanto politica, visto che in passato in analoghe circostanze di conflitti militari le agenzie di credito all’esportazione hanno sospeso tutti i loro interventi. Questa proposta di accordi getta un’ombra vergognosa sull’Italia, che, presidente di turno dell’UE, pensa più agli interessi del business proprio ed americano che alla pace.”

I governi delle compagnie assicurate nei propri investimenti in Iraq saranno comunque sicuri di recuperare eventuali indennizzi da pagare a queste, in quanto l’accordo prevederebbe che il Fondo di Sviluppo per l’Iraq, alimentato con i proventi del petrolio esportato e originariamente pensato per lo sviluppo della popolazione irachena, servirà per ripagare appunto i governi occidentali.

“Domani si siglerà l’accordo dell’ipocrisia”, ha dichiarato Gualtiero Via della Rete Lilliput, “Un’impresa petrolifera italiana che investe oggi in Iraq non solo sarà assicurata dallo stato ed i suoi profitti saranno da questo garantiti, ma lo stesso stato, non volendo rimetterci con eventuali indennizzi alle imprese, si arroga il diritto di farsi ripagare con i proventi dell’export petrolifero, realizzato dalle stesse compagnie, che almeno in parte dovrebbero rimanere in Iraq. Insomma, è finalmente chiaro che saranno le multinazionali a beneficiare del fondo di sviluppo iracheno e non gli iracheni: e questo passerà alla storia come l’accordo di Roma.”

Tutto questo quando l’Iraq ha un debito di 127 miliardi di dollari verso i paesi donatori, di cui circa 20  verso le stesse agenzie di credito all’esportazione dei paesi occidentali, ed in particolare almeno 1,3 miliardi di Euro verso la SACE. Inoltre, i 33 miliardi di dollari per la ricostruzione approvati alla conferenza dei donatori di Madrid lo scorso ottobre saranno concessi soltanto sotto forma di prestiti che il futuro governo iracheno dovrà ripagare.

“Questa è la ciliegina finale sulla torta per gli iracheni”, ha aggiunto Gino Barsella, coordinatore della Campagna Sdebitarsi. “Non solo si tentenna a cancellare il debito odioso di Saddam, ma si creano meccanismi per generare nuovo debito che dovrà essere ripagato in ogni caso direttamente dalla popolazione irachena, anche se non ha ancora un governo democratico. Chiediamo al parlamento italiano ed agli altri parlamenti nazionali di opporsi a questo piano sciagurato che condannerebbe gli iracheni alla schiavitù del debito per sempre”.

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