Report dalla Bolivia

Da www.bolpress.com, il sito dei giornalisti indipendenti boliviani, un articolo molto completo che riassume la complessa situazione nel paese.
Aggiornato alle 21.32 del 14 ottobre, ora di La Paz
A cura di amislc 15.10.2003. Bolivia.

Redazione Bolpres.com

Il presidente Gonzalo Sánchez de Lozada resiste nel suo incarico con l’appoggio dei militari, nonostante la richiesta di dimissioni che, pressoché unanime, gli hanno rivolto i diversi settori sociali dopo che la repressione delle mobilitazioni popolari contro il progetto di esportazione di gas naturale del consorzio Pacific LNG ha lasciato un bilancio di almeno 57 morti (62 ad oggi secondo l’Assemblea Permanente per i Diritti Umani, ndt), almeno due desaparecidos, ed oltre 100 feriti (190, idem, ndt). Dopo una giornata di calma, si annunciano nuove mobilitazioni per il mercoledì.

“Non rinuncerò”, “Sconfiggeremo i sediziosi”, ha detto (il presidente, ndt) all’alba, proprio mentre partivano convogli di carri armati verso La Paz per rinforzare il presidio che i militari hanno stabilito intorno al palazzo di governo e ad altri edifici pubblici.

Il governo ha scommesso sul logoramento delle mobilitazioni; al contrario, le mobilitazioni tendono a massificarsi in tutto il paese.

“L’unica via d’uscita è l’uscita di scena del presidente, non c’è più niente da negoziare con lui”, ha detto oggi (ieri 14 ottobre, ndt) Roberto De La Cruz, dirigente della Centrale Operaia Regionale (COR) di El Alto, l’organizzazione che per prima proclamò uno sciopero generale illimitato.

La richiesta di dimissioni del presidente, presentata inizialmente da Jaime Solares, segretario esecutivo della Centrale Operaia Boliviana (COB), ora è stata fatta propria da almeno 38 organizzazioni nazionali tra le quali si contano tutti i comitati civici dipartimentali, le centrali operaie, contadine, del commercio, dei trasporti, dei maestri, degli universitari, le giunte di zona e partiti politici, oltre a diversi parlamentari della governativa Nuova Forza Repubblica e all’Arcidiocesi della Chiesa cattolica di El Alto.

Alla richiesta di dimissioni si sono aggregati i sindaci di La Paz e El Alto, Juan del Granado e José Paredes, e anche l’industriale Samuel Doria Medina, fino a ieri considerato il numero 2 del governativo Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR).

“Dopo il 12 e 13 febbraio (quando una sanguinosa repressione militare fronteggiò l’opposizione sindacale al paino di tagli delle retribuzioni, ndt), il popolo ha dato al governo una seconda opportunità, ma è stata sprecata”, ha detto Doria Medina che ha sottoscritto la richiesta di successione della presidenza come prevista dalla Costituzione Politica dello Stato (CPE).

Nuove mobilitazioni
Dopo quattro giorni di crescente violenza, il martedì sono state poche le mobilitazioni registrate a La Paz e El Alto. “Stiamo onorando i nostri morti”, dicevano molti manifestanti.

Ma per domani (oggi, ndt) la COB ha convocato un’assemblea popolare aperta nella centrale piazza San Francisco, a 500 metri dalla Piazza Murillo, dove ha sede il Palazzo di Governo.

La Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB) ha informato che centinaia di contadini marciano su La Paz, dove sono attesi da 800 lavoratori minerari del distretto di Huanuni.

Allo stesso tempo, il governo ha disposto la mobilitazione di rinforzi alle truppe che si trovano accantonate alla sede del governo.

Gli esiti possibili

“La Bolivia si trova di fronte a due possibili soluzioni: quella politica che implicherebbe le invocate dimissioni del presidente o quella militare che implicherebbe ancor più repressione”, ha detto oggi (ieri, ndt) l’analista politico Álvaro García.

Però, dopo che il Dipartimento di Stato USA ha affermato che non riconoscerà alcun altro presidente, il governo ha cominciato un’intensa campagna mediatica per mostrare che detiene l’appoggio internazionale.

“I gringos lo possono ben vedere, non vogliamo un assassino alla testa del paese. Continueremo a mobilitarci finché questo assassino che fa il presidente se ne andrà”, ha detto Felipe Quispe, leader della CSUTCB.

Un appoggio incerto

Secondo vari analisti politici, in altre condizioni di convulsione sociale il governo avrebbe già decretato uno stato d’assedio formale, mentre ad oggi evita di adottare questa misura perché dubita della possibilità di applicarla realmente. L’ultima volta che un governo cercò di applicare lo stato d’eccezione per fronteggiare una mobilitazione contadina, fu costretto a ritirare il decreto dopo averne constatato il fallimento.

All’alba (di ieri, ndt), i comandanti militari hanno annunciato che agiranno con fermezza per frenare le mobilitazioni, anche se il comandante delle Forze Armate della Bolivia (FAB), generale Roberto Claros, ha detto alla televisione locale ATB che non sostengono il presidente “come persona”, ma “un governo legittimamente costituito”.

Quasi contemporaneamente, un gruppo di militari autodefinitisi “patrioti” hanno detto che appoggiano la richiesta di dimissioni del presidente optando per la soluzione prevista nella Costituzione (successione con subentro nella carica del vicepresidente: quel Carlos Mesa, del MNR, che si è detto lunedì “indipendente dall’esecutivo” e di “non riconoscere il capo dello stato”, pur intendendo “permanere nella funzione di vicepresidente”, ndt).

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